Memo
Mi sembra, oggi, di aver riconosciuto la sensazione fisica del “ho bisogno di scrivere”.
Non era fame, nemmeno sete o sonno. Non era voglia di cercare una distrazione nel terribile Instagram e nemmeno solitudine o voglia di compagnia.
Era ed è proprio bisogno di scrivere.
Forse verrà fuori una brutta prosa poetica (che vuol dire, nel mio caso, non essere esperta né nell’una né nell’altra, ma avere voglia di ritmo e di parole).
Forse non verrà fuori nulla, se non questa descrizione di come sto assecondando questa voglia.
Avevo voglia di sole, ma il cielo si è oscurato: mi sono sentita coccolata da lui, come se mi dicesse che ora ciò che mi serve è rimanere in casa, ascoltare i pensieri, leggere la tesi, stendere la biancheria quando la lavatrice sarà finita, sedermi un attimo e contemplare quel solino che c’è dentro di me (ed è anche dentro di te ed è anche tra noi, intorno a noi). Mi dico che tutte le persone del mio cuore a cui vorrei rispondere sanno che è così, ma che ora non riesco, che c’è bisogno di questo memo sul sole, di questo sole sul memo, perché sanno anche che la mie memoria viene spesso meno, forse perché la faccio ballare troppo e poi le gira la testa e qualche pensiero viene sparato fuori da questa forza centrifuga.
Il memo è quel messaggio promemoria che mando alle mie persone de cuore, perché così saremo in due a dimenticarci le cose, ma la ricerca su Whatsapp ci permetterà di leggere parole sconnesse che non ricorderemo più cosa dovessero ricordarci.
Ci sono parole che hanno preso significati diversi all’interno di relazioni passate, sono parole amate, persone amate, ma il fatto che siano passate mi rende difficile l’utilizzo senza una punta di tristezza, amarezza o rabbia, che come dice la mia amica, ci arrabbiamo con chi amiamo, mica con le persone che non vogliamo.
Che bella questa “mica”, negazione, bricola, ma anche minerali che si sfaldano (i “sassi” che abbiamo imparato a riconoscere al liceo).
Che meraviglia le parole, le lingue, le persone.
Ho appena incominciato un corso di intercomprensione tra lingue romanze che, in poche parole è: tu parli la tua lingua, io parlo la mia che è della stessa famiglia. Noi parliamo lentamente, scegliendo bene le parole, senza fretta, giudizio sull’errore, ma molta moltissima condivisione. Se serve usiamo il corpo (direi impossibile non coinvolgerlo) e ci capiamo. E non abbiamo usato quella che chiamiamo “lingua ponte” perché siamo noi che ci siamo fatti ponti.
Costruiamoli, ma per davvero.
Ascoltiamoci, ma con pazienza.
Aspettiamoci, con amore.


Che bello leggerti ed immaginarti nella tua giornata